Dove osano le aquile

sabato, 31 marzo 2007
Dizionario minimo per sopravvivere alla politica

Teocon, teodem, teolib...basta perdersi un telegiornale o due per trovarsi all’improvviso disorientati di fronte non tanto all’evoluzione dei fatti politici quanto piuttosto al fiorire dei neologismi che li precisano, non sempre chiari all’ascoltatore medio: anche sull’Italia infatti da qualche tempo si addensano i «teoqualcosa» che, negli Stati Uniti, imperversano ormai da anni e sono divenuti qualcosa di più di semplici idee. A ben vedere queste definizioni così fumose non offrono niente di nuovo, sono semplicemente le etichette moderne con cui amano fregiarsi quanti, secoli or sono, si sarebbero chiamati semplicemente guelfi o ghibellini (per il papa i primi, per l’imperatore i secondi): le nuove tendenze coniano anche termini nuovi. Conoscerli vuol dire sopravvivere, non solo ad una conversazione impegnata ma anche ad un telegiornale: il prontuario che segue vuole essere d’aiuto in queste situazioni.
Ateo devoto - Laico che, pur ammettendo di essere agnostico od ateo, si trova su posizioni politiche conservatrici e sostiene la necessità di riaffermare i valori cristiani come fondamento dell’Occidente: i due atei devoti più noti in Italia sono l’ex presidente del senato Marcello Pera e la scrittrice Oriana Fallaci, morta l’anno scorso.
Cattocomunismo - Di significato spregiativo, indica coloro che pur essendo di fede cattolica si trovano su posizioni vicine a quelle comuniste senza però aderire all’ortodossia marxista: diffuso soprattutto negli anni Settanta ed Ottanta, oggi si preferisce l’espressione teodem (v.).
Cristianismo - La posizione di alcuni intellettuali vicini ai neocon statunitensi che ritengono necessaria la tutela della tradizione cristiana per la salvaguardia dei principi politici di libertà e democrazia: in Italia sono l’equivalente dei teocon. La Chiesa però manifesta una certa diffidenza nei confronti di quello che in definitiva è un cristianesimo senza Cristo.
Dialogo interreligioso - Tutte le attività finalizzate a promuovere rispetto e collaborazione tra le religioni (non l’unità quindi); in campo cristiano si parla di ecumenismo. Si veda anche la voce interreligiosità.
e-government (sempre con la minuscola) - Letteralmente «e-amministrazione»: come tutti i neologismi col prefisso «e-» indica l’accesso telematico (internet), anche se sempre con aspetto, modalità e funzionalità differenti da ente ad ente.
Ecumenismo - Movimento che mira all’unione di tutte le Chiese cristiane; sulla stampa (e nell’uso comune) viene usato anche nel senso di dialogo interreligioso.
Fondamentalismo - Evoluzione dell’integralismo, cui aggiunge il richiamo costante e ferreo al libro sacro, che conserva una verità al di là del tempo e della storia: è il caso del fondamentalismo islamico ed ebraico, tuttavia anche alcune confessioni cristiane tendono a sconfinare nel fondamentalismo.
Integralismo - Spesso usato al posto di fondamentalismo sebbene non siano sinonimi: l’integralista pretende infatti di dedurre la società perfetta da principi irrinunciabili e non negoziabili. Per certe posizioni cattoliche si può parlare di integralismo in quanto non contempla il concetto di inerranza delle Scritture che invece è alla base del fondamentalismo.
Integrismo - Come integralismo ma con una sfumatura spregiativa.
Interculturalità - Serve ad avvicinare le culture attraverso la collaborazione e l’arricchimento reciproco: secondo i pedagoghi dovrà divenire la forma normale dell’educazione. L’interculturalità piena non si realizza se manca di sviluppare l’interreligiosità. Si vedano anche le voci dialogo interreligioso e multiculturalità.
Interreligiosità - Il movimento di collaborazione tra le diverse religioni; si vedano anche le voci dialogo interreligioso, interculturalità e multiculturalità.
Laicale - Ciò che è proprio dei laici o della società civile in quanto contrapposta all’istituzione ecclesiastica.
Laico (laicità) - Chi non appartiene al clero e vuole la corretta separazione tra stato e religione, due sfere distinte capaci tuttavia di ispirarsi reciprocamente: la laicità di per sé non è negativa, Gesù stesso era infatti un laico.
Laicista (laicismo) - Chi, con un atteggiamento particolarmente polemico nei confronti del cattolicesimo, rivendica l’indipendenza e l’autonomia dello stato dall’autorità ecclesiastica e si oppone, come nel caso della Francia, persino all’esposizione pubblica dei simboli religiosi negando in questa maniera la libera espressione della fede.
Lobby - gruppo di interesse capace di influenzare a proprio vantaggio l’attività legislativa su determinati temi.
Multiculturalità - L’identità culturale e linguistica delle componenti etniche di un paese: per non essere una politica sconfitta in partenza ha bisogno del contatto (anche conflittuale) tra i diversi soggetti e quindi dell’interculturalità.
Neocon - Abbreviazione di «neoconservatore», con riferimento al movimento politico nato negli Stati Uniti che propone limitate restrizioni alla spesa sociale: in Italia i neocon mirano a favorire lo sviluppo dei valori etici e politici del pensiero liberale laico e cattolico e quindi hanno notevoli affinità con i teocon.
Relativismo - Posizione filosofica divenuta ideologia secondo la quale non esiste una verità assoluta: se anche esistesse non sarebbe né conoscibile né esprimibile; in alternativa, lo sarebbe solo in parte: l’uomo può quindi ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione è riferita a particolari fattori ed è vera solo in riferimento ad essi. Secondo il magistero di papa Ratzinger, «si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».
Teo qualcosa - Di per sé il prefisso «teo-» indica una qualche relazione con Dio: può quindi prestarsi a qualsiasi movimento od ideologia che tragga la propria ispirazione da un qualche messaggio religioso, possibilmente monoteistico. Dati i tempi è facile pronosticare che tutti i «teoneologismi» sono destinati ad avere una discreta fortuna nei prossimi anni.
Teocon - Abbreviazione di «teoconservatore», ossia quella branca dei conservatori che in politica si schierano a difesa della morale cristiana: sulla scia degli Stati Uniti sono presenti anche in Italia, con poche differenze rispetto ai neocon. Si vedano anche le voci ateo devoto, cristianismo e teodem.
Teodem - Abbreviazione di «teodemocratico»: la risposta della sinistra democratica ai teocon. Si veda anche la voce cattocomunismo.
Teolib - Teoliberale: a grandi linee lo stesso di teocon.

Postato da: Abigor a 10:43 | link | commenti (2) |
cultura, italia, politica, riflessioni, religione, copertina

mercoledì, 28 marzo 2007
Con la «Vitamina T» si vola

Dopo altre tre puntate (sulla formazione dei vangeli; su sant'Agostino, san Tommaso e Galileo; sulla formazione del canone neotestamentario), dopo alcuni commenti e recensioni positivi e dopo un articolo sul settimanale Il Segno, «Vitamina T» si prende una settimana di riposo: il programma di approfondimento teologico che conduco su Radio Sacra famiglia non andrà in onda durante la settimana santa ma tornerà martedì 10 aprile con una puntata dedicata al profetismo veterotestamentario.
La vera notizia - che non sarà sfuggita ai più attenti - è però un'altra: dopo alcuni aggiustamenti di tiro abbiamo finalmente trovato un titolo consono! Dalla scorsa puntata lo spazio di approfondimento teologico si chiama infatti «Vitamina T», accompagnato anche dal lunghissimo sottotitolo «Temi, titoli e testi dell'istituto di scienze religiose/centro studi teologici»: com'è evidente, la «T» però sta anche per «teologia», il principio ispiratore della rubrica.
Sto lavorando per rendere operativo al più presto uno spazio internet dedicato al programma nel quale troveranno senz'altro posto le sbobinature e gli mp3 di ogni puntata oltre a materiale vario di approfondimento (e magari qualche sugegrimento bibliografico sui diversi argomenti): l'indirizzo sarà probabilmente ospitato nel mio sito www.tuttoesaurito.com, comunque non mancherò - ovviamente col debito ritardo - di segnalare l'attivazione della pagina in rete.
Per tutti gli interessati l'appuntamento è su Radio sacra famiglia (a Bolzano FM 91.2) ogni martedì attorno alle 12.05 ed in replica il sabato alle 10.30

Postato da: Abigor a 22:52 | link | commenti |
cultura, personale, religione, iniziative, radio sacra famiglia

sabato, 24 marzo 2007
Quando la rivalità supera i limiti

Non è mai piacevole quando la rivalità - sacrosanta - scade nello scontro aperto, per fortuna solo verbale: purtroppo però è quanto sta accadendo al festival studentesco, che già ieri all’inizio della seconda serata ha messo in evidenza una platea fortemente divisa anche nel tifo, l’asse dei licei da una parte, il Pascoli dall’altra e nel mezzo tutti gli altri. Lo scientifico, campione uscente, sa che ripetersi sarà difficile, il classico vuole invece riprendersi la corona mentre il liceo pedagogico-artistico - così si vocifera in platea - è la scuola che ha investito di più nella preparazione: e così chi fa le spese di queste scaramucce tra scuole sono proprio coloro che hanno speso di più per quella manciata di minuti sul palco, i protagonisti delle brevi scenette teatrali, dei canti, dei balletti. «Siamo indignati - scrivono in una nota gli studenti del Pascoli - anzi, rammaricati per i fischi ed i commenti continui che accompagnano le esibizioni. Il festival studentesco è una competizione tra istituti ma ogni istituto merita il rispetto quando si accendono le luci sul palco, soprattutto quando in un teatro i ragazzi sono impegnati a suonare un pezzo di musica classica o a recitare una scena drammatica. Ci auguriamo con ciò che nei prossimi anni questi episodi da “Corrida” non si ripetano più». Si sa, la ragione non è mai da una parte sola ed infatti anche i licei sostengono di avere le loro buone ragioni (legate per lo più a questioni di valutazioni e punteggi): a questo punto però - anche in vista delle serate moderne, tradizionalmente più «calde» - la tregua tra istituti parrebbe la soluzione migliore, proprio per non penalizzare chi si è sacrificato per un anno intero.
Per fortuna però sul palco i ragazzi riescono a dimenticare le rivalità ed offrono il meglio di se stessi: l’onirico «Romeo e Giulietta» dello scientifico è una piccola perla di recitazione e merita ogni applauso, soprattutto per l’ottimo lavoro di caratterizzazione dei quattro personaggi in scena; l’Itc Battisti diverte invece col brevissimo «Omicidio a Blue Laguna» (scritto da due studentesse, Elisa Capalbo e Stefania Modolo), che in cinque minuti presenta la più classica delle situazioni poliziesche (un omicidio in un bar) ricostruita da più punti di vista sino al colpo di scena comico. Dal canto suo il classico tenta la via di Dario Fo (che prova ad imitare anche nei movimenti) con «Il diavolo è sempre colpevole» mentre il Pascoli riporta tutti alle atmosfere natalizie con «Hark the herald angels sing», cantato da un coro di dodici ragazze. E adesso l’appuntamento è per venerdì 30 al Palasport, per la prima serata moderna.

Postato da: Abigor a 21:46 | link | commenti |
scuola, spettacoli, giornale, bianca, bolzano

300: come sono andate veramente le cose (secondo la tradizione)

In un film come «300», che prende spunto dalla storia reinterpretandola a modo proprio, è assai utile sgomberare il campo da equivoci, incomprensioni e dubbi: ho pensato così di raccogliere i passi più significativi del libro settimo delle Storie di Erodoto (nel quale si parla dei preparativi della campagna di Serse contro la Grecia e, appunto, della battaglia delle Termopili) perché chi ha visto il film possa cogliere ciò che di reale (o, almeno, della tradizione) c’è nella ricostruzione cinematografica e ciò che invece è frutto di fantasia. È più di una necessità, dato che in questi giorni mi è capitato di leggere moltissime recensioni sui giornali italiani e stranieri in cui gli autori, partendo da posizioni preconcette e luoghi comuni, manifestavano grande ignoranza non solo sulla battaglia (che qualcuno si è persino spinto a definire «una leggenda») ma anche sull’intera storia antica.

1) Leonida: terzogenito di Anassandride, diventa re sia perché i fratelli maggiori Cleomene e Dorieo erano morti senza lasciare discendenza maschile sia perché si era sposato una figlia di Cleomene (VII, 204). Niente lupo, insomma.

2) Gli ambasciatori buttati nel pozzo: in effetti era avvenuto dieci anni prima, quando già Dario aveva tentato l’invasione della Grecia poi naufragata sulle spiagge di Maratona. In quell’occasione gli spartani avevano gettato i messi in un pozzo, invitandoli a prendere lì la terra e l’acqua richiesti dal re in segno di sottomissione; anche gli ateniesi avevano reagito in maniera analoga, gettando nel baratro i nunzi: per questa ragione Serse non mandò loro dei messaggeri (VII, 133). Data la sacralità dell’ospite, è interessante quanto osserva Erodoto stesso: «Non so dire quale spiacevole conseguenza sia toccata agli Ateniesi per avere agito così contro gli araldi, se non che il loro paese e la loro città furono poi devastati; ma non credo che ciò sia accaduto per quella ragione».

3) Sulla scelta delle Termopili: «Prevalse il parere di presidiare il passo delle Termopili: era chiaramente un passaggio più stretto di quello che immetteva in Tessaglia, ed era l’unico abbastanza vicino al loro [dei Greci] paese; del sentiero, attraverso il quale vennero sorpresi alle Termopili, i Greci ignoravano persino l’esistenza prima di averne notizia, ormai giunti alle Termopili, dagli abitanti di Trachis (VII, 175). La via di accesso alla Grecia, poi, attraverso il paese di Trachis, misura mezzo pletro [una quindicina di metri] nel punto più stretto. Non sono qui, comunque, i passaggi più angusti di tutto questo paese, sono davanti e dietro le Termopili: presso Alpeni, dietro, per dove transita appena un carro, e all’altezza del fiume Fenice, davanti, vicino alla città di Antela, un altro varco che ha spazio per un carro soltanto. Il lato occidentale delle Termopili è un monte inaccessibile, scosceso, alto, che si protende fino all’Eta. Sul lato orientale si hanno subito mare e paludi. Nel passo vi sono dei bagni caldi, detti Chitri dalla gente del luogo, e vicino a essi sorge un altare di Eracle. Attraverso questo varco era stato edificato un muro, nel quale, almeno anticamente, c’erano delle porte. L’avevano costruito i Focesi, per paura, quando i Tessali arrivarono dal paese dei Tesproti per occupare l’Eolide (la terra appunto che oggi possiedono). Siccome i Tessali tentavano di sottometterli, i Focesi s’erano premuniti così: e convogliarono la sorgente calda nel passo perché il suolo si impaludasse, tutte studiandole per impedire ai Tessali di invadere il paese. Il muro vecchio era stato eretto in tempi remoti e col passare degli anni era ormai in gran parte rovinato al suolo. Gli uomini che lo rialzarono decisero di difendere la Grecia dal barbaro in quel punto. Vicinissimo alla strada c’è un villaggio, che si chiama Alpeni; da lì i Greci contavano di ricevere approvvigionamenti (VII, 176). Questi luoghi, dunque, parevano adatti ai Greci: in effetti, dopo aver preventivamente esaminato ogni elemento e calcolato che i barbari non avrebbero potuto far valere né la superiorità numerica né la cavalleria, decisero di sostenere lì l'urto dell'invasore della Grecia» (VII, 177).

4) Secondo Erodoto i combattenti persiani erano 2.641.610, comprese anche le truppe tratte dall’Europa: «Tale la cifra dei combattenti; quanto alla servitù che li seguiva, agli equipaggi delle imbarcazioni da carico e dei battelli che navigavano assieme all’armata, credo che essi fossero non meno ma più dei soldati», ossia un totale superiore a 5.283.220 uomini (VII, 186). Una miriade di persone che, al suo passaggio, prosciugava i persino i fiumi.

5) Nei cinque milioni visti sopra figurano anche gli equipaggi delle 1.207 navi da guerra della flotta persiana, senza contare i battelli ed i vascelli da carico.

6) La tempesta che, all’arrivo degli spartani alle Termopili, sta travolgendo le navi persiane si rifà alla tempesta di tre giorni che, alcune settimane prima della battaglia, aveva distrutto almeno un terzo della flotta di Serse mentre era alla fonda dalle parti di Magnesia (VII, 188-193).

7) Alle Termopili non combatterono solo i trecento spartani con un manipolo di arcadi come si vede nel film ma circa settemila greci: «Trecento opliti Spartiati, mille fra Tegeati e Mantinei (metà ciascuno); centoventi venivano da Orcomeno d’Arcadia e mille dal resto dell'Arcadia: tanti erano gli Arcadi; quattrocento erano gli uomini di Corinto, duecento di Fliunte e ottanta di Micene. Questi erano i Peloponnesiaci presenti. Dalla Beozia c’erano settecento Tespiesi e quattrocento Tebani. Ad essi si aggiunsero, lì convocati, i Locresi Opunzi con tutte le loro forze e mille Focesi» (VII, 203-204). In tutto fa 5.200 uomini più, appunto, tutte le forze dei Locresi Opunti, sui duemila soldati.

8) Leonida si trascinò dietro i tebani perché temeva il loro tradimento: «Leonida si era preoccupato di prendere con sé dalla Grecia i soli Tebani per la seguente ragione: li si accusava, pesantemente, di parteggiare per i Medi; li sollecitò quindi alla guerra con l’intenzione di verificare se gli avrebbero mandato soldati o se avrebbero rifiutato apertamente di allearsi coi Greci. Essi gli inviarono truppe, benché fossero di tutt’altro orientamento» (VII, 206). Ed infatti «I Tebani, agli ordini di Leontiade, finché furono con i Greci combatterono, per necessità, contro l’armata del re. Quando videro che i Persiani avevano la meglio, allora, mentre i Greci con Leonida si affrettavano verso la collina [si legga più sotto], si separarono da loro, andarono incontro ai barbari con le mani protese dicendo, ed era una cosa verissima, che parteggiavano per i Medi, che erano stati fra i primi a dare terra e acqua al Persiano, che erano venuti alle Termopili perché costretti, che non erano responsabili dei gravi colpi subiti dal re; sicché con tali scuse si salvarono. In effetti, a comprovare quanto dicevano c’era la testimonianza dei Tessali. Comunque non ebbero fortuna totalmente: i barbari li catturarono al loro arrivo, alcuni li uccisero mentre si avvicinavano e alla maggior parte, per ordine di Serse, impressero il marchio reale, a cominciare dal comandante Leontiade, il cui figlio Eurimaco, tempo dopo, lo uccisero i Plateesi perché alla testa di quattrocento Tebani aveva occupato la rocca di Platea» (VII, 232).

9) Nel film (così come nel fumetto) prima della battaglia si vedono i corpi degli esploratori uccisi dagli spartani: in realtà «Serse mandò un cavaliere in esplorazione a spiare quanti fossero e cosa stessero facendo. (...) Lì in quel momento erano schierati per caso gli Spartani. E li vide intenti in parte a compiere esercizi fisici in parte a pettinarsi le chiome; stupefatto, li guardava e li contava. Memorizzato per bene ogni particolare, tornò indietro indisturbato: nessuno lo inseguì, incontrò l’indifferenza generale; tornato al suo campo, riferì a Serse tutto ciò che aveva veduto» (VII, 207). Demarato figlio di Aristone, re spartano esiliato divenuto consigliere di Serse, spiegò la situazione al persiano: «”Questi uomini sono venuti a combattere contro di noi per il passo e ci si stanno preparando. Hanno infatti una regola che vuole così: allorquando si apprestino a mettere a rischio la propria vita si ornano la testa. Sappilo: se piegherai costoro e quelli rimasti a Sparta, non c’è altro popolo al mondo che ti contrasterà opponendosi a te con le armi; ora, in effetti, stai attaccando il regno più bello esistente fra i Greci, gli uomini più valorosi». Nella speranza che i greci si ritirassero, Serse lasciò passare quattro giorni ma al quinto si risolse di attaccare, «poiché non se ne andavano e anzi la loro permanenza gli pareva un atto di insolenza e di follia». I Medi si gettarono contro i Greci, «molti di essi caddero ma altri subentravano, e non indietreggiavano, benché subissero perdite gravi. Resero chiaro a chiunque, e per primo al re, che c’erano sì tanti uomini, ma pochi veri combattenti. La battaglia durò una giornata». (VII, 208-209)

10) Proprio come nel film, dopo che la prima ondata si era infranta contro le lance greche Serse manda avanti la sua guardia personale, i Diecimila od Immortali: era infatti dell’idea che avrebbero chiuso agevolmente la faccenda. «Quando anche questi si scontrarono coi Greci, non ottennero miglior risultato dei Medi, ma proprio lo stesso, perché affrontavano il nemico in uno spazio angusto, si servivano di lance più corte di quelle dei Greci e non potevano far valere la superiorità numerica. Gli Spartani lottarono in maniera memorabile, dimostrando in varie maniere di essere combattenti esperti fra gente che combattere non sapeva: tutte le volte che voltavano le spalle e accennavano a fuggire mantenevano serrate le file; i barbari, vedendoli ritirarsi si lanciavano all’attacco con urla e frastuono; ma gli Spartani, appena raggiunti, si voltavano e li affrontavano, e con questa tattica abbatterono un numero incalcolabile di Persiani. Lì caddero anche alcuni, pochi, fra gli Spartani. I Persiani non riuscendo a forzare in nessun punto il passo, per quanto ci provassero attaccando a frotte e in ogni altra maniera, si ritirarono» (VII, 210).

11) I Diecimila erano chiamati anche Immortali perché «se uno di loro veniva a mancare al numero, colpito da morte o da malattia, ne veniva scelto al suo posto un altro, sicché non erano mai né più né meno di diecimila» (VII, 82).

12) Efialte: «Proprio quando il re non sapeva più che fare in quel frangente, gli si presentò un abitante della Malide, Efialte figlio di Euridemo, certo convinto di ricevere da lui qualche grande ricompensa, e gli parlò del sentiero che portava alle Termopili attraverso i monti; e così segnò la fine dei Greci che là avevano resistito. In seguito, per paura degli Spartani, Efialte si rifugiò in Tessaglia; dopo la sua fuga, alla riunione degli Anfizioni a Pile, i Pilagori misero una taglia sulla sua testa e più tardi (era rientrato ad Anticira) morì per mano di un uomo di Trachis, Atenade. Atenade uccise Efialte per un’altra ragione (...) ma non per questo fu meno onorato dagli Spartani» (VII, 217).

13) A guardia del sentiero erano stati dislocati i Focesi: «I Persiani in effetti erano riusciti a salire senza farsi vedere perché il monte è tutto ricoperto di querce; c’era comunque calma nell’aria e quando il rumore divenne forte, come era naturale data la massa di foglie sparse sotto i piedi, i Focesi balzarono su e rivestirono le armi; e subito i barbari furono lì. Al vedere uomini intenti a prendere le armi, rimasero sbigottiti: si aspettavano di non trovare il minimo ostacolo e si erano imbattuti in un esercito. Idarne, temendo che i Focesi fossero Spartani, chiese a Efialte la nazionalità di quei soldati; ricevuta l'informazione esatta, dispose i Persiani in ordine di battaglia. I Focesi, fatti segno a ripetuti e fitti lanci di frecce, si rifugiarono in ritirata sulla cima del monte, credendo che i nemici fossero venuti ad attaccare proprio loro, ed erano pronti a morire. Questo pensavano, ma i Persiani di Efialte e di Idarne, senza affatto badare ai Focesi, in fretta e furia, scesero giù dalla montagna» (VII, 217).

14) Informato dell’accerchiamento, Leonida mandò via gli alleati «ma Tespiesi e Tebani rimasero, soli, presso gli Spartani. I Tebani restavano contro voglia e loro malgrado (Leonida in effetti li tratteneva tenendoli in conto di ostaggi), i Tespiesi invece per loro precisa scelta: rifiutarono di andarsene abbandonando Leonida e i suoi, e così, rimanendo sul posto, ne condivisero la sorte. Il loro comandante era Demofilo, figlio di Diadrome» (VII, 221).

15) Sulla battaglia del terzo giorno: «I barbari di Serse avanzavano e i Greci di Leonida, da uomini che marciavano incontro alla morte, si spinsero ormai molto più che all’inizio verso lo spazio più aperto della gola. In effetti nei giorni precedenti si difendeva il baluardo del muro ed essi combattevano ritirandosi lentamente verso i punti più stretti; allora invece, scontrandosi fuori dalle strettoie... molti dei barbari cadevano a frotte; dietro di loro infatti, i comandanti degli squadroni, armati di frusta, tempestavano di colpi ogni soldato, spingendoli avanti continuamente. Molti finirono in mare e annegarono, molti di più ancora morivano nella calca calpestandosi a vicenda: nemmeno uno sguardo per chi cadeva. I Greci, sapendo che sarebbero morti per mano di quanti avevano aggirato la montagna, mostravano ai barbari tutta la propria forza, con disprezzo della propria vita, con rabbioso furore (VII, 224). Alla maggior parte di loro, intanto, s’erano ormai spezzate le lance, ma massacravano i Persiani a colpi di spada. E Leonida, dopo essersi comportato veramente da valoroso, cadde in questo combattimento e con lui altri Spartani famosi, dei quali io chiesi i nomi, trattandosi di uomini degni di essere ricordati; e chiesi anche i nomi di tutti i trecento. Caddero allora anche molti altri illustri Persiani (VII, 225). (...) Sopra il cadavere di Leonida si accese una mischia furibonda di Persiani e Spartani finché, grazie al loro eroismo, i Greci lo strapparono ai nemici respingendoli per quattro volte. Questo durò fino all'arrivo degli uomini di Efialte. Dal momento in cui i Greci seppero del loro arrivo la battaglia mutò ormai aspetto: i Greci riguadagnarono di corsa la strettoia della strada, superarono il muro e andarono a prendere posizione sulla collina, tutti quanti assieme tranne i Tebani. La collina si trova all'ingresso del passo, dove oggi si erge in onore di Leonida il leone di marmo. Lassù si difendevano colle spade (chi ancora le aveva), con le mani, coi denti; i barbari li tempestavano di colpi, di fronte quelli che li avevano seguiti e avevano abbattuto il baluardo del muro, intorno da tutte le parti gli altri che li avevano aggirati» (VII, 226).

16) Il destino delle spoglie di Leonida: «Al corpo di Leonida, avendo udito che era re e comandante degli Spartani, [Serse] ordinò di tagliare la testa e di piantarla su un palo. Mi pare chiaro da molti altri elementi e da questo in particolare, che Serse si era infuriato contro Leonida, quando era vivo, più che contro chiunque altro; altrimenti nei confronti di questo cadavere non avrebbe travalicato le norme: sì perché tra tutte le popolazioni a me note sono proprio i Persiani a onorare di più i valorosi in guerra. L’ordine venne eseguito da chi ne era stato incaricato» (VII, 238).

17) I monumenti: Erdoto narra che «in onore di quanti furono sepolti esattamente là dove caddero e di quanti erano morti prima che partissero i Greci dimessi da Leonida, sono scolpite le seguenti parole: “Contro trecento miriadi combatterono qui d’uomini quattro migliaia venuti dal Peloponneso”. La precedente iscrizione vale per tutti, la seguente per i soli Spartani: “Ospite, vanne; e a Sparta tu reca l’annunzio, che qui per ubbidire alle leggi di lei noi giaciamo”. Così per gli Spartani; in onore dell’indovino [al seguito dell’esercito che, osservando le vittime, aveva predetto l’immediato futuro: fu congedato da Leonida ma rimase e allontanò invece il figlio, a sua volta presente nella truppa, il solo che avesse (VII, 221)]: “Il monumento è questo del glorioso Megistia. Dello Spercheo la corrente varcando, l’uccisero i Medi quando, indovino ben certo del sopravvenir delle Parche, il condottiero di Sparta lasciare e salvarsi non volle”» (VII, 228).

18) Nel film non viene mostrata una delle mirabili opere di ingegneria che i persiani realizzarono per permettere il passaggio in Europa ad un esercito così vasto: il ponte di barche sull’Ellesponto. «Legarono assieme penteconteri e triremi, 360 dalla parte del Ponto Eusino, 314 dall’altra, obliquamente rispetto al Ponto ma secondo la corrente dello stretto, affinché questa mantenesse in tensione le funi; dopodiché gettarono ancore enormi, sia verso il Ponto, per via dei venti che soffiano dal largo, sia verso ovest e l’Egeo contro i venti di Zefiro e Noto. In tre punti fra le penteconteri lasciarono un varco di passaggio, perché volendo, con imbarcazioni leggere, si potesse tanto navigare verso il Ponto che dal Ponto entrare nello stretto. Ciò fatto, da terra tesero i cavi avvolgendoli intorno ad argani di legno senza più separare l’impiego delle funi, ma destinando a ciascun ponte due cavi di lino bianco e quattro di papiro. Identici erano lo spessore e la bellezza delle funi, ma in proporzione quelle di lino erano più grevi: pesavano un talento per cubito. Una volta congiunte le due rive, segarono dei tronchi di legno in misura pari alla larghezza della struttura portante e li posarono in fila sopra i cavi in tensione; allineatili uno accanto all’altro, li fissarono, di nuovo, insieme. Infine vi misero sopra fascine di legna, che distribuivano anch’esse, per bene, e terra sopra le fascine: pressarono la terra e sui due lati del ponte alzarono uno steccato, perché gli animali e i cavalli non si spaventassero a vedere sotto di sé il mare» (VII, 36).

19) Sono almeno due le frasi celebri del film. La prima è quella gridata da Leonida quando spartani e persiani stanno per venire alle mani: «Persiani, venite a prenderle!», sottintendendo le armi. In realtà la citazione è abbastanza libera, in quanto secondo Plutarco il re greco avrebbe dato questa risposta a Serse, usando quindi il singolare («molën labš»); secondo l’adattamento cinematografico invece risulta un plurale («molÒntej labšte»).
La seconda invece è la risposta di Stelio all’inviato persiano; quando questi minaccia: «Le nostre frecce oscureranno il sole», lo spartano risponde: «Allora combatteremo al buio». Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole: «Spartani e Tespiesi si comportarono altrettanto bene, ma il più valoroso si narra sia stato lo spartano Dienece, che prima dello scontro coi Medi avrebbe pronunciato la seguente battuta. Sentendo dire da uno di Trachis: “Quando i barbari scaglieranno le frecce, copriranno il sole con la moltitudine dei dardi” (tante erano le frecce), Dienece non rimase per nulla scosso da questa osservazione e rispose, mostrando di disprezzare il numero dei nemici, che l’ospite di Trachis stava dando tutte notizie magnifiche: visto che i Medi oscuravano il sole, contro di loro la battaglia si sarebbe svolta all’ombra e non al sole (VII, 226)», ossevazione che assume più valore pensando che la battaglia si è combattuta in agosto, quindi con temperature altissime.

Se dovessero esserci altri dubbi o curiosità sarò ben felice di rispondere.

Postato da: Abigor a 14:17 | link | commenti |
recensioni, cultura, riflessioni, spettacoli, storia, fantastico, copertina

venerdì, 23 marzo 2007
Molòn labé («Vieni a prenderle»)

300
Durata: un’ora e tre quarti
Giudizio: 8/10

Diciamocelo: chi da piccolo, divorando i libri di storia, non ha sognato di essere uno spartano? Chi non si è trovato a fantasticare su questi uomini che sin da tenera età venivano addestrati a divenire soldati e nient’altro? Al di là dell’essere strappato dalla famiglia a sette anni (una piccolezza, oggi) per finire in una specie di collegio ma molto più rigido, era una società che mi attirava; e così quando ho scoperto che sarebbe uscito «300» ho pensato: «Finalmente»! Beh, prima in effetti ho trattenuto il fiato, temevo infatti di vedere il solito filmone «spada e sandali» che, partendo dalla storia (quella vera), prende poi strade tutte sue fino a sconfinare nella pagliacciata: così, solo dopo aver appurato che «300» non avrebbe riletto la storia, ho potuto tirare un sospiro di sollievo, nessuno scempio in vista. Apprezzo infatti la sincerità di Zack Snyder, il regista, quando ha dichiarato che il suo non sarebbe stato un film storico ma l’adattamento cinematografico di un fumetto ispirato ad un filmone sulle Termopili: una catena che garantisce ben poca aderenza agli eventi narrati ma, almeno, addolcisce tutte le libertà che si prendono. Insomma, alla fine è solo un fantasy senza pretese se non quella di far breccia nelle passioni degli spettatori. Ma questo lo fa molto bene.
Amo i film di guerra. Anzi, più che i film di guerra in sé amo le sequenze che precedono la battaglia, quando i due eserciti si schierano ed intanto la telecamera indugia sui particolari, uno scudo qua, la punta di una lancia là, mentre dappertutto sventolano labari e bandiere: quando poi le milizie sono sul punto di menare le mani e rimane solo la musica a dominare il campo, interrotta di quando in quando da frasi banalissime che nel contesto della battaglia imminente assumono un qualche significato, l’eccitazione è già tale che non sto più nella sedia. Andrei avanti mezze ore a godermi questi momenti, che a ben vedere sono rimasti il solo richiamo dei film di guerra, ormai rovinati da combattimenti sempre più spettacolari e sempre meno credibili, troppo irrealistici per la farcitura (meglio sarebbe dire minestrone) di arti marziali con cui sono confezionati: per cui faccio il bravo, mi gusto quelle scene di preparazione ed intanto mi preparo al peggio.
In questo «300» però - sebbene rimanga forte lo sbilanciamento a favore dei combattimenti supereroistici (purtroppo questo chiede oggi il mercato) - il fastidio è fortemente stemperato dal contesto, gli spartani infatti vengono presentati come macchine da guerra: tra i venti di guerra e l’inizio della battaglia passano un paio di minuti (ben scanditi dalla musica di Tyler Bates, un inno all’eroismo), un assaggio intensissimo di quanto si sarebbe potuto fare (e chissà, magari già meditano di fare in un’edizione estesa). Al di là delle libertà che si sono presi un po’ tutti nella filiera di questo film (non dimentichiamo che è l’adattamento di un fumetto ispirato ad un film degli anni Sessanta: è già tanto se l’ambientazione è rimasta la stessa) ogni sequenza qui alimenta la sete di sangue che si scopre divorarci già dopo i primissimi minuti e che la regia offre copiosamente, senza però sprecarne sulla macchina da presa (un peccato).
«Molòn labè», si narra che Leonida abbia gridato a Serse, «vieni a prenderle» (lo spartano intendeva le armi, poi già che c’erano i persiani le hanno prese anche materialmente): i ricordi delle versioni a scuola sono ormai ammuffiti ma, siccome non volevo arrivare impreparato all’appuntamento col film, dopo tanti anni ho ripreso in mano le Storie di Erodoto per vedere gli scempi di questo «300» (meno di quanto si potrebbe pensare) e rileggermi quanto scrisse sulle Termopili, una sconfitta divenuta una vittoria perché - unendo i greci sempre divisi - ha spinto l’Occidente a difendere se stesso, i suoi ideali e le sue tradizioni, proprio come oggi siamo incapaci di fare.

Postato da: Abigor a 06:59 | link | commenti |
recensioni, cultura, film, spettacoli, storia, fantastico, copertina

mercoledì, 21 marzo 2007
Le foto di primavera

Da alcuni anni il primo giorno di primavera coincide anche con la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale: tra le diverse iniziative organizzate ieri ed oggi spicca la nuova edizione del concorso «Click and win» promosso dal centro giovanile Charlie Brown assieme alla Villa delle rose, che quest’anno hanno scelto due temi conduttori come «Giovani cittadini per un mondo multiculturale: la diversità come ricchezza» e «Dialogo tra culture e lotta contro la discriminazione». «Come sempre il concorso non è aperto solo ai giovani ma a chiunque desideri cimentarsi con la macchina fotografica», osserva Thomas Giuliani, uno degli animatori del centro, cui fa eco la collega Anita Zuretti: «Attraverso la fotografia vogliamo sensibilizzare i ragazzi su tematiche così attuali». E, per preparare gli studenti al compito che li attende, gli organizzatori sono entrati nelle medie dei quartieri Don Bosco, Europa e Novacella (quindi le Ugo Foscolo ed Ada Negri) per avvicinare i ragazzi al mondo della fotografia ed insegnare loro i trucchi del mestiere.
Divisi in quattro categorie (scuole medie, giovani, adulti e senior) i partecipanti possono consegnare allo stesso Charlie Brown, in via Cagliari 22b, un massimo di due foto entro il 18 maggio: la premiazione è fissata per le 20 del 6 giugno presso lo stesso centro giovanile. «Vorrei evidenziare che “discriminazione” non è solo quella razziale - interviene Salvatore Saltarelli, coordinatore del centro di tutela, previsto per legge - ma anche quella sessuale o di età o per handicap, che spesso sono anche le forme più evidenti». Oltre al concorso ed alle iniziative promosse ieri pomeriggio al centro pastorale, la giornata antidistinzione prosegue anche quest’oggi con il seminario «Rom e sinti: convivenza e discriminazione», organizzato dalle 14 alle 20 presso l’aula magna delle professionali in via Santa Geltrude 3. «E per tutta l’estate - conclude Giuliani - promuoveremo assieme al Villa delle rose e La strada una scuola di calcio aperta a tutti: l’opera di sensibilizzazione infatti non si riduce al solo “Click and win”».

Postato da: Abigor a 13:20 | link | commenti |
giornale, sociale, bianca, bolzano

lunedì, 19 marzo 2007
I cambiamenti climatici in videoconferenza

Nuove tecnologie, didattica interdisciplinare, scambi di esperienze e progetti su più anni: la nuova scuola, quella che dovrebbe formare i ragazzi nell’ambito delle competenze, inizia a girare e ad interessarsi ai problemi non tanto di un futuro ipotetico quanto piuttosto del presente tristemente reale. Un assaggio di questo «nuovo corso» della scuola riformata si è avuto ieri con un incontro sui cambiamenti climatici: «Dall’antartide al Vajont» è infatti il titolo dell’iniziativa - preparata dalle in collaborazione con il Rainerum - che dura ormai da un paio di anni. «Tutti parlano di emergenza ambientale - spiega la professoressa Silvia Forti, insegnante di scienze in diverse superiori cittadine ed organizzatrice dell’iniziativa - quello che manca però è un’istruzione di base sull’argomento: ed infatti il fine di questo ciclo di lezioni, iniziate con alcune videoconferenze con gli scienziati del Cnr nelle basi antartiche, è sia fornire gli strumenti per discuterne sia approfondirne i diversi aspetti».
Studenti ed esperti hanno così presentato i primi risultati ieri mattina agli studenti (Marcelline, Rainerum, Itc, Walther, Ipia e geometri, moderati dal presidente del consiglio provinciale Riccardo Dello Sbarba) ed ieri sera alla cittadinanza: «Si tende a confondere il clima col tempo - osserva Stefano Aliani, ricercatore del Cnr - anche se si tratta di due cose ben distinte, il clima infatti è la media delle situazioni che avvengono; anzi, il clima e quindi anche il cambiamento climatico sono un fenomeno globale che, in buona parte, dipende dal mare, l’orologio climatico del pianeta». Data la stretta attinenza tra clima e geologia («e soprattutto la geomorfologia, che riguarda la storia più recente del nostro territorio», osserva ancora Silvia Forti) ieri è intervenuto anche Ludwig Nössing, direttore dell’ufficio geologico provinciale, che ha ricordato come «sia più facile lavorare sulle frane che parlarne», dato che dall’inizio del Novecento ad oggi «sono circa duemila gli smottamenti catalogati in tutto l’Alto Adige, un lavoro che permette tra l’altro di individuare le zone di espansione dei piani regolatori comunali».
Dato quindi lo stretto rapporto tra clima e dissesti idrogeologici, già da oggi alcune classi andranno a studiare le frane assieme ai tecnici provinciali, per apprendere sul posto tutte quelle nozioni che altrimenti sarebbe difficile assumere in classe: «Quando un istituto sviluppa simili progetti - riprende l’organizzatrice - non dovrebbe tenerseli per sé ma dovrebbe anzi cercare di condividerli con le altre scuole, coinvolgendo il maggior numero di studenti». Un’idea condivisa da Francesco Magno della sovrintendenza: «L’educazione ambientale non esiste come materia a sé ma si divide su più discipline - conclude - in quest’ottica progetti pluriennali come questo hanno un valore aggiunto, che si moltiplica se teniamo conto che il 2007 e 2008 sono stati dichiarati anni internazionali dei poli e che la stessa Unesco ha concentrato sulle emissioni la propria attività per il 2007, spinta in questo anche dal lancio nelle prossime settimane della banca per le emissioni di anidride carbonica, come previsto dal trattato di Kyoto».

Postato da: Abigor a 12:44 | link | commenti |
italia, mondo, giornale, scienza, conferenze, ambientalisti, provincia

mercoledì, 14 marzo 2007
Dall'Apocalissi un messaggio di speranza

Bruno Maggioni - L’Apocalisse. Per una lettura profetica del tempo presente
Cittadella editrice, 247 pagine, 12,50 euro
Giudizio: 7/10

Un commento semplice ed agile dell’Apocalissi, scritto da un biblista di cui apprezzo il linguaggio abbordabile e la chiarezza delle osservazioni: l’opera non è certo delle più impegnative ma arriva là dove si vuole che un commento faccia luce, ossia aiutare a cogliere l’essenza di un libro così particolare come la «Rivelazione».
Mi piace l’approccio del testo attraverso la «frantumazione» del testo giovanneo in brani che l’autore passa poi a commentare sia singolarmente sia nel contesto dell’Apocalissi: a lungo andare, va detto, il commento diventa un po’ ripetitivo ma non è certo colpa di Maggioni, semmai di Giovanni che - col gioco delle scatole cinesi o della spirale ascendente e con tutti gli altri strumenti di cui si è avvalso - voleva essere certo che l’assemblea capisse il senso delle sue immagini. «Per una lettura profetica del tempo presente», appunto: come evidenziano Maggioni e con lui schiere di esegeti, lo schema dell’Apocalissi può essere applicato ad ogni epoca passata, presente e futura proprio perché offre sempre il medesimo messaggio di speranza.

Postato da: Abigor a 11:10 | link | commenti |
recensioni, cultura, libri, religione

martedì, 13 marzo 2007
A Zugliano un primato del Fait

Per la prima volta nella storia quasi trentennale della rassegna di teatro dialettale Stefano Fait organizzata dalla Filodrammatica di Laives una commedia ha vinto sia il premio del pubblico sia quello della critica: l’impresa è riuscita alla compagnia vicentina Teatroinsieme di Zugliano che col suo «Zogando a tresete» ha incantato tutti. Come nelle migliori fiabe, i veneti sono stati chiamati quasi all’ultimo momento per sostituire il gruppo che nel cartellone originale avrebbe dovuto rappresentare lo stesso spettacolo ma che poi si è dovuto ritirare a causa dell’indisponibilità di uno dei protagonisti: come dimostra il risultato, Zugliano non li ha certo fatti rimpiangere. Con una media voto di 9,41 (445 presenze totali) i vicentini hanno così preceduto la compagnia Masaniello di Torino (9,01 per 367 presenze) ed un’altra compagnia vicentina, La trappola (8,45 per 531 presenze).
Come visto, anche la giuria dei critici si è espressa con giudizio unanime a favore di Teatroinsieme, come ha riassunto nel verbale: «Quando si prende posto in un teatro non si spera solo che lo spettacolo sia bello ma che abbia anche quel qualcosa in più che solo le opere migliori sanno offrire; quando poi si entra nel campo amatoriale è tanto più difficile sperimentare quest’esperienza quanto più piacevole scoprire le piccole perle che con grazia quel posto speciale se lo meritano tutto: e proprio quest’anno un’opera, semplice e leggera ma perfettamente funzionale alla magia del teatro, ci è riuscita. Qui tutto fila liscio, merito anche di una regia accorta e di una compagnia che - senza alti né bassi individuali - è stata capace di offrire uno spettacolo godevolissimo e divertentissimo, un autentico piacere: sarebbe bello se nei teatri amatoriali entrassero più opere di questa fattura. Per questa ragione la giuria ha deciso di premiare “Zogando a Tresete” della compagnia Teatroinsieme di Zugliano».
Da alcuni anni il terzo premio della rassegna è infine quello della giuria dei giovani, composta da dieci studenti delle scuole medie Filzi che - avvicinatisi grazie al Fait «ad un genere di teatro che non conoscevamo», come hanno evidenziato nel loro verbale - hanno premiato La trappola così motivando: «Lo spettacolo ci ha coinvolti e divertiti molto, perché era comico sia nella gesticolazione che nei dialoghi; la compagnia ha affrontato con ironia un argomento di grande attualità e tipico della società consumistica; la recitazione era spigliata e divertente e l’affiatamento degli attori ottimo».
Per le statistiche, gli spettatori totali del Fait sono stati 4.458, con una media quindi di 446 a spettacolo (divisi sulle due serate): il più visto, nemmeno dirlo, è stato proprio «Tè alla menta o tè al limone», la nuova commedia della Filo, che ha richiamato 640 spettatori (la capienza del Don Bosco), cui si aggiungono i paganti della terza sera fuori abbonamento, il cui ricavato è stato offerto all’associazione Parent Project, che combatte la distrofia muscolare di Duchenne e Becker. Al secondo posto per presenze si è piazzato Andrea Castelli (548), al terzo La trappola (531) ed al quarto parimerito Zugliano e la Filogmar di Cognola (445).

Postato da: Abigor a 09:45 | link | commenti |
spettacoli, teatro, giornale

lunedì, 12 marzo 2007
«Anime sole in autobus sovraffollati»

Andrea Montali
Anime sole in autobus sovraffollati. Periferia della periferia
Traven Books, 76 pagine, 10 euro

Crescere a Bolzano fra università, lavoro precario, prima casa e viaggi senza ritorno in un mondo gio-vanile che alle speranze sostituisce spesso la disillusione: è in questa dimensione che  si muovono i pro-tagonisti di «Anime sole in autobus sovraffollati. Periferia della periferia», il romanzo d’esordio di Andrea Montali appena pubblicato da Travenbooks, piccolo editore locale che nel suo catalogo raccoglie di-versi autori altoatesini, tra cui Paolo Carnevale. Giovane scrittore e musicista autoctono (ha infatti 23 anni e risiede a Laives), Montali scrive «per l’insopprimibile bisogno di mascherarmi dietro una storia di cui vorrei far parte», come afferma nel suo profilo su MySpace (www.myspace.com/andreamontali) con una citazione da Pier Vittorio Tondelli: Gian e Cesco - i protagonisti di questo romanzo a puntate o, meglio ancora, diario romanzato - hanno poco più di vent’anni e condividono un bilocale «(dis)occupato»; il primo si guadagna da vivere riempiendo scaffali in un supermercato, il secondo spacciando droghe per spinelli di discutibile qualità: assieme però condividono «un divano per riflettere, un balconcino con panca Ikea per affacciarsi sul mondo, una rosa con cui discorrere ed un cilindro magico per non crescere mai», come si legge in quarta di copertina, dove si evidenzia anche lo stile particolare dell’autore, basato «sulla tecnica del linguaggio parlato, sulla prosa veloce incentrata su immagini e connessioni di causa per alleggerire la lettura», espedienti che «aiutano a romanzare le abitudini, le feste e i luoghi di ritrovo di questa “peggio gioventù”». Il libro verrà presentato alle 9 di sabato 24 marzo nel locale Sciarada Circus di piazza Erbe.

Postato da: Abigor a 07:49 | link | commenti |
libri, amici, giornale, bolzano

domenica, 11 marzo 2007
La Filo si prende in giro

Tè alla menta o tè al limone
commedia brillante in due atti di Danielle Navarro e Patrick Haudecoeur
(traduzione di David Conati)
Filodrammatica di Laives
Durata: un'ora e mezza
Giudizio: imperdibile! (8/10)

La Filo si prende in giro: in un’epoca in cui anche un solo lustro viene celebrato con cerimonie grandiose la Filodrammatica di Laives festeggia invece i suoi primi sessant’anni dimostrando ancora una volta il proprio buon gusto. Il nuovo spettacolo infatti, «Tè alla menta o tè al limone» (nel quale per la prima volta la Filo ha abbandonato il dialetto), gioca proprio sulle velleità drammatiche di una scalcinata compagnia teatrale che si cimenta nell’impresa di mettere in scena un testo più grande delle sue capacità: chiunque abbia calcato - anche per pochissimo - le scene non tarderà a riconoscere nelle sei macchiette la caricatura di quei personaggi «caratteristici» che bene o male popolano il teatro amatoriale, al punto che i vari Julien, Sophia, Richard e tutti gli altri assumono per ogni spettatore un’identità precisa, un nome ed un cognome reali, quelli delle persone in cui ogni spettatore si è imbattuto e che di quei personaggi rispecchiano tutte le caratteristiche. C’è l’attore che millanta un passato che probabilmente non è mai esistito (Luca Larcher), quello che invece con piglio da gran signore alla vigilia della prima ancora non ha memorizzato il copione (Luca Bertolini), c’è anche l’attricetta che, piena di sé, è in lite col resto della compagnia: e proprio attorno a Chiara Bolzoni (Sophia) si sviluppa lo spettacolo, che fa leva anche sulla sua caratterizzazione esagerata (e proprio qui sta una pennellata di comicità) del personaggio, tutto sommato vittima dell’imbranataggine degli altri protagonisti (quelli della finzione!), dall’attor giovine (il bravo Carlo Dal Rì, sedici anni, per la prima volta sul palco dove se la cava egregiamente) che si fa strada con la benedizione del padre produttore alla regista prossima all’esaurimento (Cristina Hueller) che per la passione e la voglia di strafare combina più guai che altro. L’unica che in effetti non ha alcuna colpa del disastro (simulato) è la tecnica di scena (Linda Franceschini), che rappresenta proprio quelle figure che non vengono mai valorizzate abbastanza nel teatro, sia amatoriale sia professionistico: ed ancora una volta la Filo rappresenta qui un’eccezione nel panorama, dato che si coccola i suoi tecnici come poche altre compagnie. E Tonino Melato, Agostino Perotti, Andrea Mastroianni, Monica De Verocai, Renzo Sirena, Gianni Bergamo, Fulvio Dal Rì, Ida Dacome e tutti gli altri ricambiano offrendo sempre il massimo per garantire la buona riuscita degli spettacoli.
La Filo si prende in giro, si diceva, e lo fa bene: rappresentando questo testo di Navarro e Haudecoeur si può infatti correre il rischio che per qualche ragione gli attori o - soprattutto - il pubblico identifichino la filodrammatica reale con la compagnia della finzione e quindi in un certo senso credano che la compagnia non stia facendo altro che mettere in scena se stessa. E proprio qui sta l’abilità della Filo nel suo insieme (oltre che del suo regista Roby De Tomas), perché riesce a tenere distinte le due cose: come ha più volte dimostrato, la compagnia cittadina è su ben altri livelli rispetto all’ipotetico gruppo rappresentato ma, ironizzando su personaggi e circostanze - mettendosi quindi in gioco - la Filo non fa altro che ridere di se stessa ed in un certo senso esorcizzare quelle situazioni impreviste che di replica in replica si presentano agli attori e che non sempre passano inosservate agli spettatori. In questa maniera la commedia diventa quello che deve essere, un testo tutto da ridere che non può lasciare insoddisfatti.

Postato da: Abigor a 09:47 | link | commenti |
recensioni, spettacoli, teatro, giornale, copertina

sabato, 10 marzo 2007
Le cure palliative, o della morte dignitosa

Oggi si sente parlare sempre più spesso di cure palliative ma pochi hanno un’idea chiara di cosa siano realmente: l’idea comune è che si tratti di un trattamento affine alla terapia del dolore, in opposizione all’eutanasia ed all’accanimento terapeutico. In realtà sono qualcosa di più complesso ed umano, dato che «prevedono interventi non solo sanitari ma anche psicologici, sociali e solidaristici per migliorare la qualità di vita dei malati inguaribili e dei loro familiari», osserva Massimo Bernardo, responsabile del reparto di geriatria 3 e pioniere delle cure palliative in provincia, che ieri ha parlato per cinque ore al corso di formazione per operatori pastorali della salute. «Il linguaggio medico moderno è infarcito di termini bellici e militari - prosegue - infatti oggi combattiamo una malattia per debellarla: però il campo di battaglia è il corpo del paziente e così, quando ci rendiamo conto che la battaglia è perduta, ci comportiamo esattamente come un esercito sconfitto, cioè battiamo in ritirata, trascurando il paziente proprio quando ne ha più bisogno. Le cure palliative fanno l’esatto contrario, si prendono cura del malato sino all’ultimo istante di vita e dei parenti anche per mesi od anni dopo la sua scomparsa: il simbolo del palliatore infatti è lo sgabello accanto al letto del paziente perché il nostro compito è proprio ascoltarlo».
Giunte in Italia solo nel 1980, ben in ritardo rispetto al resto d’Europa, ancora oggi le cure palliative faticano ad imporsi: basti dire che nel corso di quest’anno saranno solo 119 le strutture abilitate in tutto lo stivale sebbene dal 1999 esista una legge nazionale che prevede la realizzazione di una rete in grado di assistere il paziente nell’ultima fase della sua vita e, come prescritto dai cosiddetti «Lea» (livelli essenziali di assistenza) del 2001, sia obbligatorio erogare le cure palliative anche a domicilio. «Per citare il caso della sola Olanda - aggiunge Bernardo - dopo l’introduzione di questa terapia si è passati dalle tremila richieste annue di eutanasia degli anni Settanta al migliaio degli anni Novanta».
Confinata nei corridoi freddi ed asettici degli ospedali, la morte viene vissuta dal personale sanitario come una sconfitta: «Abbiamo l’idea della medicina onnipotente, che ci consente di vincere ogni malattia - prosegue il sanitario - e così, quand’è costretto a confrontarsi con la morte del paziente, il medico lo vede come un fallimento personale: la morte repentina è divenuta la morte che tutti vogliamo proprio perché si ha paura di morire in corsia, tra gente che ci ignora, ciò che vorremmo è invece spirare tra le braccia di nostri cari». Per i pazienti morire dignitosamente è infatti sentirsi o trovarsi a casa, essere circondati dall’amore, non lasciare nulla in sospeso («e per questo è importante mettere il paziente al corrente del suo stato di salute reale»), poter salutare i propri cari: in provincia però solo il 23% delle persone muore a casa, tutti gli spirano nelle strutture sanitarie.
Come dimostra un recente studio, gli stessi medici sono consapevoli di sottoporre i pazienti a trattamenti che loro per primi non vorrebbero, dato che solo l’1,8% di essi si affiderebbe ai colleghi nella scelta delle decisioni per la propria salute. «La cosa più importante è quindi diffondere le cure palliative - evidenzia - nel Duemila non si può accettare di sentirsi dire “urli dal dolore ma tanto non si può fare niente”: questo è abbandono terapeutico, una forma velata di eutanasia». Il dolore cronico è divenuto il compagno di vita del 75-90% degli anziani e dura sui sei/otto anni: solo la morte porta a termine le sofferenze. «Una medicina che ha per obiettivo solo il sanare, cioè l’assenza di malattie, non dà le giuste speranze - osserva - dobbiamo invece pensare al benessere, cioè la capacità di vivere portandoci dietro le malattie». Pur con solo dodici letti, il reparto di Bernardo offre tutto il possibile: in due anni è passato dai 250 assistiti del 2004 ai 350 del 2006, cui si aggiungono trecento consulenze all’anno per altri reparti e duecento assistiti in ambulatorio. «Il paziente non può essere abbandonato - conclude il medico - ed infatti piuttosto che rifiutare qualcuno preferiamo sobbarcarci anche del lavoro in più: cerchiamo anzi di garantire sempre un intervento entro 24 ore dalla segnalazione». Che può arrivare anche con una telefonata al numero 0471/908501.

Postato da: Abigor a 17:09 | link | commenti |
italia, religione, giornale, conferenze, bianca, sanità, bolzano, provincia, copertina

Il corso per operatori pastorali della salute

Atteso e sollecitato da anni, il corso di formazione per operatori pastorali della salute è un successo dell’ufficio pastorale italiano della diocesi: rivolti agli operatori pastorali e liturgici ed a tutti coloro che hanno una particolare sensibilità per il mondo della sofferenza, i sette incontri hanno infatti richiamato più di cento iscritti, «che avranno le basi per affrontare queste questioni nei consigli parrocchiali - spiega don Pieluigi Tosi, direttore dell’ufficio - anche le nostre piccole comunità possono farsi sentire su temi come le cure palliative: l’idea di fondo è infatti costituire una consulta della salute con cui entrare in dialogo con la Provincia».

Postato da: Abigor a 17:08 | link | commenti |
religione, giornale, bianca, sanità, bolzano

venerdì, 09 marzo 2007
Alla scoperta dell'Alto Adige

Sempre più ricco e vario, il programma delle gite estive organizzate dall’azienda di soggiorno è uno degli eventi più attesi dagli escursionisti bolzanini, come dimostrano il grande interesse ed ancor più il centinaio di appassionati accorsi l’altra sera alla Kolpinghaus per la presentazione del calendario: le 86 uscite di quest’anno (cui si aggiungono le escursioni in bici con Passepartout e le visite quotidiane guidate della città), da metà aprile ad ottobre, spaziano come sempre dalla cultura all’alpinismo, dalle escursioni in quota alle gite più dolci, tutto con un’unica finalità, «far conoscere le nostre montagne, la provincia, la cultura, le persone e le tradizioni - spiega Roberto Seppi, direttore dell’azienda di soggiorno - noi infatti non ci gettiamo negli itinerari a capofitto ma cerchiamo sempre si scegliere quei percorsi che ci permettano anche di scoprire ed incontrare i luoghi più nascosti, prendendoci tutto il tempo per ammirarli».
Da quindici anni a questa parte l’idea si è affermata (e piace) a tal punto che, sin da dicembre, i più affezionati continuano a tempestare di domande gli organizzatori per ottenere qualche informazione in anteprima: quest’estate, oltre alle consuete gite di un giorno, il programma prevede addirittura due viaggi, ossia un’escursione plurigiornaliera nella valle svizzera dell’Engadina sulle orme del pittore Giovanni Segantini (dal 25 al 29 luglio) ed un soggiorno sulla costa amalfitana (dal 22 al 29 settembre). «Per esigenze organizzative - osserva Seppi - siamo però costretti a limitare i posti, quindi invitiamo gli interessati a segnalarsi quanto prima».
Il programma di massima (per averlo basta richiederlo all’azienda di soggiorno od attendere la stampa, a breve, dell’opuscolo «Bolzano Plus») prevede al mercoledì quattordici escursioni nei parchi naturali altoatesini (che in tutto sono sette, quindi ci sono due occasioni per vedere ciascuno di essi) con l’accompagnamento del personale delle riserve; sempre di mercoledì chiunque abbia voglia di fare quattro passi ma senza andare troppo lontano può aderire alle brevi escursioni (di durata compresa tra l’una e le tre ore) lungo le passeggiate bolzanine, come Sant’Osvaldo, il Colle ed il Virgolo. Al giovedì sono invece previsti i viaggi culturali veri e propri, nei quali Gertrud Rass, Nadia Tumiatti, Petra Überbacher ed Elisabeth Widmann evidenzieranno gli aspetti più interessanti dei luoghi visitati; al venerdì (ma solo a luglio ed agosto) sarà inoltre possibile seguire lo stesso Roberto Seppi nelle sue escursioni montane; anche di sabato si può tornare in montagna, questa volta con Helmut Kritznger di Arc Alpin, che ai suoi affezionati escursionisti promette: «Quest’anno, dopo esserci sgranchiti le gambe a maggio e giugno, per tutto luglio ed agosto faremo gite più impegnative, dedicate a tutti coloro che amano gustarsi le piccole cose, lontano dalle “autostrade” montane». A questo programma si aggiungono inoltre le uscite archeologiche con Gianni Bodini, le gite con Gianni Breda, esperto di geologia e flora montana, che alla domenica accompagna gli interessati alla scoperta della natura altoatesina, e le escursioni con Rita Roman per conoscere i fiori e le erbe locali. «Per partecipare alle nostre iniziative non ci sono vincoli associativi - conclude Seppi - siamo un gruppo interetnico che convive molto bene: il programma infatti è pensato sia per i turisti sia per i bolzanini, ritengo che alle volte anche un cittadino debba sentirsi turista nella sua stessa terra per scoprire le bellezze che lo circondano. Per lo più il contributo richiesto ai partecipanti non copre nemmeno le spese ma, visto in ottica promozionale, si tratta di un investimento che contribuisce sia a rendere più turistica la città sia ad avviare collaborazioni con altri comprensori turistici». Per informazioni è possibile rivolgersi all’azienda di soggiorno in piazza Walther 8, chiamare lo 0471/307000 oppure scrivere un’email ad info@bolzano-bozen.it.
Nella stessa cornice sono stati premiati i cinque partecipanti più assidui al programma estivo dell’anno scorso: si tratta di Rudi Oberrauch con trenta uscite, Monica Volcan e Giorgio Peroni (entrambi con 27), Martha Raffeiner (20) e Renate Gallmetzer (18), premiati tutti con uno zainetto Salewa.

Postato da: Abigor a 08:15 | link | commenti |
varie, giornale, turismo, montagna, bolzano

martedì, 06 marzo 2007
Le pari opportunità? Solo in caserma

Sono più di cinquemila le donne soldato in Italia (il 4,4% di tutto il personale militare) e di queste circa quattrocento operano nelle truppe alpine, una cinquantina solo nei reparti dislocati a Bolzano: dopo la riforma a cavallo del Duemila le forze armate si sono rapidamente abituate al contingente femminile ed anzi i commilitoni maschi hanno imparato a contare sulle loro colleghe, «apprezzandone le qualità assolutamente comparabili e competitive con quelle maschili», come sintetizza una nota del comando truppe alpine.  Sin dal 2001 infatti le soldatesse sono impiegate in tutti i teatri operativi: al momento sono circa 160 le donne all’estero, suddivise tra Libano (50), Kosovo (50), Afganistan (40) e Bosnia (20).
«È vero, nell’esercito non esiste discriminazione», osserva il sottotenente (tra poco tenente) Maura Copponi, l’unico ufficiale donna delle truppe alpine: umbra, ventisette anni, sotto le armi da sei, dopo il liceo scientifico la militare si è arruolata nel 2001, è quindi passata maresciallo e nel 2004, dopo la laurea in scienze organizzative e gestionali, ha vinto il concorso interno per sottotenente. «Copponi è la sintesi di quanto possono fare le donne nell’esercito», commentano i vertici delle truppe alpine: altrettanto - ma più sbilanciata sul versante operativo - si può dire del caporale Erica Rossi, giovane romana ventiduenne in servizio dal dicembre 2005 ed oggi, dopo il brevetto di paracadutista militare, fuciliere del quarto reggimento alpino, l’elite dell’esercito. Entrambe sognavano di prendere le stellette sin da piccole ma mentre l’ufficiale non trascurava i giochi da bimba (e per alcuni anni ai tempi delle elementari ha persino praticato la danza classica) il graduato confessa che i suoi passatempi «erano al 50% le macchinine ed i soldatini: mi è venuta questa fissa della divisa sin da quando avevo sei anni e direi che è un po’ la passione di casa dato che anche mio zio era alpino». Ciononostante la sua famiglia non è mai stata entusiasta del suo sogno in grigioverde, «quand’ero piccola infatti i miei non mi assecondavano nel mio vagheggiamento - confessa Rossi - ma poi, vista la mia insistenza e determinazione, hanno dovuto cedere ed oggi, un anno abbondante dopo l’arruolamento, si sono ormai abituati a vedermi sotto le armi».
In servizio presso due unità diverse, con mansioni ed esperienze differenti (Copponi, comandante di plotone comando e supporto logistico, è appena rientrata dall’Afganistan; Rossi, fuciliere dei «ranger» nostrani, all’estero non ci è ancora stata anche se desidera partire al più presto), le due soldatesse condividono però la stessa vita, «che non è né più facile né più dura dei nostri colleghi uomini - rimarca il sottotenente - il rapporto tra noi è sempre alla pari, non esiste alcuna distinzione di ruoli né tantomeno alcuna discriminazione»: certo, per un uomo, soprattutto all’inizio, può essere difficile prendere ordini da una donna ma alla fine quello che conta sono la competenza ed i meriti ed infatti «gli altri militari imparano presto a poter contare su chiunque ricopra quel certo ruolo, sia maschio o femmina», aggiunge Copponi. Appena rientrata dall’Afganistan (con la prima aliquota del settimo reggimento che da oggi viene rilevato dal terzo reggimento Pinerolo) dove ha trascorso quasi sei mesi, il sottotenente valuta positiva l’esperienza sia sotto il profilo umano sia sotto quello professionale, non solo perché «mi sono potuta confrontare con gli eserciti stranieri, come quelli greco, portoghese ed anche americano» ma anche e soprattutto per le esperienze vissute in quel paese, «una terra dal grandissimo fascino». Incredibile a dirsi, nemmeno in una società fortemente maschilista come si pensa essere quella afgana «ho incontrato difficoltà in quanto donna - osserva Copponi - gli uomini locali riescono infatti ad avere due atteggiamenti diversi, quello più autoritario che impiegano con gli altri musulmani ed un altro più morbido con cui invece si rapportano ai non islamici, anche con me in quanto comandante di plotone».
Tra donne in armi inoltre si è sviluppata più salda quella solidarietà che sempre viene ricordata con rimpianto da chi ha prestato servizio militare, «è bello vedere come non ci sia competizione tra noi ma al contrario le più anziane siano d’aiuto alle più giovani - riprende infatti Rossi - addirittura tra colleghe si consolida un’amicizia forte e sincera». L’una prossima al matrimonio («ma resterò con gli alpini», rassicura Copponi), l’altra fidanzata con un militare («e non ci penso proprio a congedarmi: trascorsi i tre anni di ferma punto alla rafferma in servizio permanente», sottolinea Rossi), entrambe sono pronte a garantire l’assoluta uguaglianza delle forze armate: «Le vere pari opportunità sono propio qui, nell’esercito infatti le possibilità di carriera non vengono condizionate dal sesso ma dipendono unicamente dalle capacità oggettive delle persone».

Postato da: Abigor a 18:32 | link | commenti |
giornale, bianca, militaria, bolzano, copertina

La figura del Gesù storico

Su Radio Sacra Famiglia alle 12.05 di oggi (ed in replica sabato alle 10.30) va in onda la seconda puntata di «Agostino: progetto cultura» (titolo provvisorio), il mio nuovo programma di approfondimento teologico e culturale sostenuto dall'Istituto di scienze religiose di Bolzano.
La prima puntata prendeva spunto dalla tesi di una studentessa («Eutanasia ed accanimento terapeutico, ostacoli ad una morte dignitosa») ed era dedicata all'eutanasia, questo secondo appuntamento muove invece dalle lezioni di esegesi del Nuovo testamento e cristologia fondamentale, che indagano la persona di Gesù il Nazareno, figlio di Giuseppe e Maria, invece del personaggio di Gesù Cristo, che è prima di tutto un'affermazione di fede.
Entro breve saranno disponibili le sbobinature di tutte le puntate.

Postato da: Abigor a 09:37 | link | commenti |
cultura, iniziative, conferenze, regione, copertina, radio sacra famiglia

 

Chi sono

Utente: Abigor
Giornalista altoatesino.

Sommarietti (feed)

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Contatore

visitato *loading* volte